San Martino

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Quest’anno si parlerà poco dell’estate di San Martino, cioè quel tepore che si avverte i primi di novembre dopo l’arrivo del freddo, dal momento che ottobre è stato un mese dal clima “primaverile”.

Questa tradizione prende il nome dal santo che festeggiamo oggi, Martino di Tours, del quale si racconta che nel vedere un mendicante infreddolito durante un acquazzone, gli donò metà del suo mantello e poco dopo ripeté il gesto con un altro mendicante: a quel punto il cielo si schiarì e il sole tornò a scaldare l’aria. Questo è anche il periodo in cui si rinnovavano i contratti agricoli dopo la fine dei lavori nei campi, per cui chi doveva lasciare il podere lasciava anche la casa e da qui nacque il detto “fare San Martino” per intendere il traslocare; ed è il momento di aprire le botti per assaggiare il vino novello, gustato con le caldarroste, proprio come recita la poesia omonima del Carducci.

Martino, vescovo nella Gallia del IV secolo d.C., nacque in Ungheria nel 316, figlio di un tribuno militare della legione che scelse il suo nome in onore del dio della Guerra, Marte. Si trasferì durante l’infanzia a Pavia e a dieci anni scappò di casa per due giorni, rifugiandosi in una chiesa, per farsi catecumeno all’insaputa dei genitori.

Nel 331 un editto imperiale arruolò obbligatoriamente nell’esercito romano tutti i figli di veterani ed anche Martino subì quella sorte, nella guardia imperiale (truppe non combattenti che garantivano l’ordine pubblico, la protezione della posta imperiale, il trasferimento dei prigionieri o la sicurezza di personaggi importanti). Questo gli dava il privilegio di avere uno schiavo al suo servizio ma lui, secondo lo spirito evangelico, lo trattava da fratello tanto da pulirgli i calzari. Fu destinato in Gallia dove nel 335 durante una ronda di notte gli accadde il singolare episodio da cui nasce la tradizione dell’ “estate” di San Martino.

La notte seguente Martino, allora catecumeno, vide in sogno Cristo che vestito del suo mantello diceva agli angeli: “Ecco Martino, che ancora catecumeno, mi ha coperto col suo mantello”. Quando si svegliò il suo mantello era integro. Martino fu talmente colpito da quel fatto che chiese ed ottenne dall’imperatore di non utilizzare più le armi; quindi si recò dal vescovo S. Ilario che lo battezzò la Pasqua seguente e lo ordinò sacerdote. A circa 40 anni si congedò dall’esercito.

Si impegnò con fervore contro l’eresia ariana e si ritirò nell’isola Gallinara dove condusse 4 anni di vita eremitica. Tornato a Poitiers divenne monaco e nel 371 i cittadini di Tours lo acclamarono come vescovo. Dopo tale nomina continuò a condurre una vita estremamente sobria e si impegnò instancabilmente nella evangelizzazione, creando piccole comunità di monaci, lottando ancora contro l’eresia ariana e il paganesimo delle campagne. Già in vita era considerato un santo ed aveva fama di taumaturgo. Uomo dedito alla preghiera e alla meditazione, cui univa la carità fraterna e la misericordia verso tutti. Nel 375 fondò a Tours un grande monastero la cui vita era caratterizzata dalla condivisione, dalla preghiera e dall’impegno per l’evangelizzazione.

Morì a Candes-Saint-Martin l’8 novembre 397 ma fu sepolto solo tre giorni dopo, appunto l’11 novembre, a Tours. Dopo la morte il suo volto rimase come avvolto in una luce gloriosa e da molti fu udito un coro di angeli cantare intorno alla salma. Ma vi sono altri racconti che circondano la morte di Martino di un’aurea di santità: quella mattina il vescovo di Colonia Severino, udì gli angeli cantare e chiese all’arcidiacono se anche lui udisse quel canto. Alla sua risposta negativa, dopo alcune insistenze si mise a pregare per lui e questo poté udire il coro angelico. A quel punto il vescovo disse: “Martino se n’è andato da questo mondo e gli angeli lo stanno portando in cielo”. L’arcidiacono annotò il giorno e l’ora di quell’avvenimento ed ebbe poi conferma che si trattava proprio del momento in cui Martino era morto.

Il monaco Severo lo vide in sogno coperto di gloria e in bianche vesti.

Il vescovo di Milano Sant’Ambrogio addormentatosi mentre celebrava la Messa, una volta svegliato disse di aver assistito ai funerali di Martino.

San Martino è venerato anche nelle chiese ortodossa e copta.

In Italia, dove vi sono più di 900 chiese dedicate a San Martino e più di 100 Comuni lo hanno scelto come patrono, è patrono dell’Arma della Fanteria dell’Esercito Italiano, oltre che degli albergatori, sarti, osti, viticoltori, fabbricanti di maioliche.

Nella provincia di Lecce si organizzano diverse celebrazioni religiose e folcloristiche, accompagnati da sontuosi pranzi e cene a base di carne, castagne e novello, con famigliari e amici.

A Venezia si prepara il “dolce di San Martino”, un biscotto di pasta frolla con la forma del santo a cavallo e i bambini passano cantando di casa in casa, in cambio di qualche monetina o dolcetto.

In Abruzzo si può assistere ad una gara tra contrade che si sfidano nella realizzazione del più durevole e alto falò chiamato “gloria di San Martino”.

Tra le tradizioni più antiche vi è quella delle Fiandre e delle aree cattoliche tedesche, austriache e dell’Alto Adige, dove i bambini partecipano ad una fiaccolata che ricorda quella che accompagno il corpo di Martino a Tours. Il cibo tradizionale è l’oca perché si narra che Martino, non volendo diventare vescovo si nascose in una stalla piena di oche ma lo starnazzare fece scoprire il suo nascondiglio. Anche nella Svezia meridionale si festeggia con un menù a base di zuppa con aggiunta di sangue d’oca e spezie, oca e torta di mele.

Le Repubbliche di Ungheria e Slovenia hanno inaugurato nel 2009 la “Via Sancti Martini”, un itinerario di pellegrinaggio che unisce l’Italia e la Germania, oltre ai luoghi di nascita e morte del Santo.

In Francia, dove per lungo tempo fu l’unico patrono, sono migliaia i comuni a lui intitolati, così come le chiese e i monasteri; per di più non si contano le opere d’arte che lo vedono raffigurato a cavallo, nell’atto di tagliare il proprio mantello con la spada, quale esortazione ai cristiani la carità verso i poveri in cui è impressa l’immagine di Cristo stesso.

Autore: Vera De Dominicis

Nata ad Ancona, sposata e mamma di tre figli. Laurea di Magistero presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose "Lumen Gentium" di Ancona, insegna Religione Cattolica alle superiori. Catechista, segue il suo percorso di fede nel Cammino Neocatecumenale, assieme al marito.