Gesù è il centro del Natale, Gesù è il vero Natale!

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Parlare di Natale quest’anno rischia di avere più il sapore della politica che della spiritualità. Da più parti sorgono polemiche per scelte italiane davvero discutibili: dirigenti scolastici che bandiscono la realizzazione del presepe e lo svolgimento delle recite natalizie dagli Istituti scolastici, organizzano “Feste delle Buone Feste”…fino a consigliare di evitare espressioni che contengono la parola “Natale”. Nel resto dell’Europa c’è chi cancella i mercatini di Natale o sostituisce la tradizionale ‘birra di Natale’ con la ‘birra d’inverno’, oppure ci si scambiano i “Season´s Greetings”, cioè gli “auguri di stagione”, piuttosto che menzionare il Natale (a questo punto resta da chiedersi cosa si stia festeggiando o augurando!).

Con forza, a ragione, Papa Francesco ha richiamato i cristiani al valore della bellissima tradizione nata dall’ispirazione di San Francesco d’Assisi con queste parole:

Se togliamo Gesù, che cosa rimane del Natale? Una festa vuota. Non togliere Gesù dal Natale! Gesù è il centro del Natale, Gesù è il vero Natale!”.

 A chi vieta canti con riferimenti a Gesù “per non offendere i musulmani”, potremo dire che forse ignorano il fatto che Gesù Cristo compare più volte nel Corano ed è riconosciuto dall’Islam come uomo eminente, profeta e messaggero di Allah, per cui gode di grande rispetto. Chi ripiega su canti più “laici” come Jingle Bells o Bianco Natale in nome della multiculturalità, dovrebbe chiedersi se questi fanno parte della tradizione musulmana o africana!

Chi afferma di non voler urtare la sensibilità di genitori e bambini non cattolici, forse solleva un problema inesistente, visto che prima di questa bufera nessuna persona appartenente a religioni diverse da quella cristiana o ad un’altra cultura si è lamentata dei festeggiamenti natalizi, né ha preteso che ai propri figli fossero garantite le lezioni vista la chiusura delle scuole a motivo del Natale; anzi, un rappresentante della comunità islamica ha dichiarato: “Le celebrazioni cristiane non ci danno alcun fastidio”.

Interculturalità significa mettersi in discussione, in una posizione di accoglienza e confronto, che porti ad una integrazione culturale, ma come posso integrarmi se non conosco le tradizioni, le radici culturali del paese in cui ho scelto di vivere? Censurare la nostra identità non aiuta certo il dialogo fra culture diverse.

 Come può offendere un presepe, o un canto che racconta la storia di Gesù? Il Natale parla di un bambino che ha fatto difficoltà a trovare accoglienza ancor prima di nascere “perché non c’era posto per lui”, che è nato povero, che è dovuto fuggire dal proprio paese durante l’infanzia, perché la sua vita era in pericolo: un migrante, che ha svolto la sua missione itinerante “senza sapere dove posare il capo”, vivendo della solidarietà della gente che incontrava. Racconta insomma, la storia di tanti immigrati, che sono stati accolti nel nostro paese proprio in nome dei valori maturati con l’avvento di quel bambino.

Il cristianesimo non è stato mai “politicamente corretto”, fin da quando duemila anni fa, si incontrò con l’Impero Romano, il cui diritto prevedeva leggi che contrastavano profondamente con lo stile di vita dei cristiani. Si trattava di una società divisa in caste, quando i cristiani consideravano ogni uomo figlio di Dio e si amavano come fratelli; un impero fondato sulla conquista militare mentre i cristiani predicavano l’amore al nemico; una società dedita all’ozio dove era usuale la frequentazione di palestre, terme, taverne e bordelli, di fronte ad una vita cristiana sobria e ritirata, che ha elevato lo standard morale-sessuale; famiglie in cui era legale per il pater familias avere potere di vita e di morte su tutti i componenti, oltre che sugli schiavi e i liberti, mentre i mariti cristiani vivevano in comunione con la moglie, nel rispetto reciproco ed educando con amore i figli, avevano in grande considerazione il matrimonio e diedero dignità alla donna; una società, quella romana, in cui i neonati cagionevoli o di sesso femminile venivano uccisi poco dopo la nascita, anche solo per una più pratica divisione dei beni, a fronte di famiglie cristiane che accoglievano anche quei bambini che erano stati abbandonati e li crescevano come fossero i loro; una politica che riteneva uno spreco di tempo e risorse il prendersi cura dei deboli, poveri ed oppressi, quando i cristiani in nome di Cristo davano senza aspettarsi nulla in cambio, sia a credenti che a non credenti in nome di quel “date a chiunque vi chiede”.

Ripercorrendo i tempi e la storia, allora, chi parla di “inclusione” dovrebbe ricordarsi che la libertà religiosa che è presente nella nostra Costituzione Italiana, affonda le sue radici nel 313 ad opera dell’Imperatore Costantino dopo che gli era apparso un incrocio di luci sopra il sole e la scritta ‘In hoc signo vinces’ e dopo che Cristo in sogno gli aveva ordinato di scrivere quella frase nei suoi vessilli, andando incontro a Massenzio su ponte Milvio.

Ad opera del cristianesimo è emerso il valore della vita umana; ad opera dei cristiani sono nate le prime opere caritative, che ancora oggi si prendono cura dei bisognosi, qualunque sia la loro provenienza e cultura e via via aumentò quel senso di solidarietà finché il Concilio di Nicea nel 325 sancì che ogni Vescovato e Monastero dovesse istituire in ogni città ospizi per pellegrini, poveri e  malati, tanto che nel 750 d.C. erano sorti ospedali cristiani in tutto il continente europeo sotto forma di unità a sé stanti o affiancati ai monasteri. Quegli ospedali che oggi offrono assistenza gratuita agli extracomunitari.

Il cristianesimo portò un cambiamento così radicale nello stile di vita di un numero sempre più crescente di persone, che quando anche la classe dirigente iniziò a far riferimento ai principi evangelici, nacque un nuovo diritto romano, profondamente trasformato e che plasmerà i nostri attuali codici civile e penale: questo è uno dei grandi servizi che la chiesa ha reso all’umanità e di cui gode chi arriva nel nostro paese.

Forse dovremmo ricordarci che la democrazia e l’uguaglianza dell’uomo, scaturiscono dal modo di ragionare giudaico-cristiano.

Il primato della difesa e della promozione della vita umana (contro l’aborto, l’ideale di lealtà, l’accoglienza, la non-violenza) nasce dalla fratellanza universale tra gli uomini e nella loro uguaglianza di fronte a un Dio padre di tutti; la solidarietà degli uomini di buona volontà che hanno superato l’egoismo, nasce dall’attenzione che Dio rivolge a ciascuno, a cominciare dai più poveri e deboli; l’opportunità che va riconosciuta alla persona che sbaglia, si fonda nell’immagine cristiana di un Dio alla costante ricerca dell’uomo, specie di quello più lontano.

Può far sorridere, ma persino studi e indagini attestano con certezza che chi  crede nella Bibbia è molto più incline a compiere gesti di carità; ci sono addirittura degli atei che affermano che alcune delle caratteristiche più positive della nostra società, come ad esempio il sentimento di compassione, sono frutto dell’insegnamento di Cristo.

Chi approda in Europa, cristiani e non, hanno tratto grande giovamento dall’impatto che il cristianesimo ha avuto nella storia dell’uomo, e se qualcosa di buono c’è nella nostra società odierna, lo dobbiamo a Gesù Cristo e al cristianesimo. Sia i credenti che i non credenti dovrebbero riconoscere con onestà che se Gesù Cristo non fosse mai nato, non potremmo parlare di civilizzazione.

Nel corso della storia gli insegnamenti di Gesù Cristo hanno subito innumerevoli attacchi, tuttavia, chi vive nei paesi in cui vige l’etica cristiana può ancora godere del prezioso dono della libertà, della possibilità di scegliere, del rispetto del valore umano… opportunità che purtroppo non viene data a chi invece vive in paesi dove prevalgono altre religioni.

Allora come può dividerci quel bambino venuto per riportare l’uomo all’antico splendore di cui godeva nel giardino? Dove l’uomo e la donna potevano stare nudi l’uno di fronte all’altra senza provare vergogna: segno di una comunione profonda, di una trasparenza piena, del non dover nascondere nulla, del non avere maschere, di un sentirsi accettati nella diversità per ciò che si è.

 

Autore: Vera De Dominicis

Nata ad Ancona, sposata e mamma di tre figli. Laurea di Magistero presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose "Lumen Gentium" di Ancona, insegna Religione Cattolica alle superiori. Catechista, segue il suo percorso di fede nel Cammino Neocatecumenale, assieme al marito.