Tra i serpenti e la fede: a Cocullo il male va in processione

A Cocullo, per un giorno, non si entra semplicemente in una festa: si entra in un paradosso. Le porte della chiesa si aprono, la statua di San Domenico Abate avanza lentamente, e ciò che altrove provocherebbe fuga qui diventa attrazione, quasi bisogno: i serpenti. Si attorcigliano sul santo, gli passano tra le mani, gli sfiorano il volto, e nessuno indietreggia davvero. Anzi, la folla si stringe, guarda, segue. È come se il timore più antico dell’uomo venisse chiamato per nome e accompagnato fuori, in piena luce.


Non è una scena costruita per stupire. È un linguaggio che viene da lontano, da prima ancora che il Vangelo arrivasse su queste montagne, quando i Marsi affidavano alla dea Angizia il potere sui serpenti e sulle guarigioni. Il cristianesimo, qui, non ha cancellato quel gesto: lo ha preso, piegato, trasformato. E così il serpente – che nella Scrittura porta con sé l’ombra del male – diventa qualcosa che può essere attraversato, toccato, perfino portato in processione. San Domenico resta al centro, non come figura decorativa, ma come segno di una protezione concreta, invocata contro il morso, contro la malattia, contro ciò che ferisce il corpo e inquieta l’anima. Prima che tutto inizi, i fedeli compiono gesti semplici e quasi ruvidi: una campanella tirata con i denti, una reliquia sfiorata, un contatto che non è simbolico ma reale, come se la fede dovesse passare per forza dalle mani.


E poi, quando la statua esce, accade qualcosa che non ha bisogno di spiegazioni ma ne suscita infinite: il male non viene nascosto, viene esposto. Non viene negato, viene preso e portato insieme al santo, come a dire che non è eliminato, ma vinto attraversandolo. I “serpari”, che quei serpenti li raccolgono e li custodiscono secondo una tradizione familiare, non fanno spettacolo: custodiscono un sapere antico, quasi silenzioso, che tiene insieme natura e devozione.


Colpisce, oggi, che tutto questo non appartenga al passato. Anzi, cresce. Per il 2026 sono stati organizzati treni straordinari, corse aggiuntive, migliaia di posti per raggiungere un paese minuscolo che per qualche ora diventa il centro di qualcosa di difficile da definire. Non è solo turismo, anche se i numeri sono quelli delle grandi occasioni. È piuttosto il segno che c’è ancora fame di un sacro che non sia sterilizzato, che non resti chiuso nei concetti ma si lasci vedere, quasi toccare.


Cocullo, in fondo, non rassicura. Non addolcisce il cristianesimo, non lo rende più facile. Lo espone nella sua forma più concreta, dove la fede non elimina ciò che fa paura ma lo guarda senza arretrare. E mentre il santo passa, coperto di serpenti, resta nell’aria una domanda che non si lascia archiviare: se il male non può essere evitato, allora forse la salvezza non consiste nel fuggirlo, ma nel portarlo – per un tratto – insieme a Dio.