Duomo di Arezzo - Cattedrale dei Santi Pietro e Donato - Arezzo

Storia



La Cattedrale dei Santi Pietro e Donato, noto anche come Duomo di Arezzo, è uno dei più importanti luoghi di culto nell’aretino. La Cattedrale sorge al posto di una Chiesa Paleocristiana, luogo dove era sepolto Santo Donato Martire, patrono della città di Arezzo e protettore degli epilettici, il quale venne decapitato nell’Agosto del 363. Ancora sull’anno dell’uccisione ci sono delle diatribe, difatti si pensa che il martirio del Santo possa essere avvenuto nel 304.



La scelta di portare la Chiesa entro le mura cittadine venne presa da Papa Innocenzo III nel 1203. Anche se la nascita del Duomo si deve a Papa Gregorio X, il quale visitò la cittadina toscana nel Dicembre del 1275. Il Pontefice morì nella stessa città l’anno successivo (10 gennaio 1276), lasciando in eredità alla città di Arezzo ben trentamila fiori d’oro, al fine di costruire un nuovo luogo di culto. Nel 1278 il Vescovo Guglielmino degli Ubertini diede il via ai lavori, questi ultimi furono però travagliati, difatti, dopo numerose interruzioni, terminarono nel 1511. La facciata venne costruita tra il 1901 ed il 1914, in sostituzione della precedente, lasciata incompiuta nel 15esimo secolo.



Il Duomo è dedicato a San Donato in quanto ancora oggi ospita sull’altare una preziosa arca marmorea di fattura trecentesca all’interno della quale è custodito il corpo del Santo, la testa dello stesso è invece conservata all’interno della Chiesa di Santa Maria della Pieve ad Arezzo.



 



Struttura



La facciata esterna come la vediamo oggi, fu terminata nei primi anni del 20esimo secolo, il disegno della stessa fu effettuato dal celebre architetto aretino Dante Viviani. Lo stile della facciata è di natura neogotica, la parte scultorea venne fatta dallo stesso Viviani in compagnia di Giuseppe Cassioli ed Enrico Quattrini. In alto è visibile la scultura del Gesù redentore, in basso a sinistra è raffigurato anche il Santo Patrono della città.



Un capitolo a parte è riservato al campanile, infatti quello che noi ammiriamo oggi è il terzo costruito per la Cattedrale. Inizialmente lo stesso era unito alla struttura, ma quando le vibrazioni derivanti dalle campane iniziarono a danneggiare le bellissime vetrate di Guillaume de Marcillat, maestro vetraio transalpino. Si decise allora di spostare il campanile leggermente, anche la costruzione di questo non fu particolarmente fortunata, in quanto una falda acquifera sotterranea mise a rischio la stabilità dello stesso. Allora si decise di costruire il campanile come struttura a sé, unito successivamente dalla costruzione degli appartamenti per i custodi del Duomo.



La Cattedrale al suo interno è suddivisa in tre navate, ognuna di esse è suddivisa in sei campate. La navata centrale riceve l’illuminazione della luce solare tramite i rosoni circolari presenti nella controfacciata e nella parete destra.



Il magnifico rosone della facciata risale al 1518 e venne realizzato dall’artista transalpino Guillaume de Marcillat. Si devono allo stesso Marcillat e a Salvi Castellucci gli affreschi che arricchiscono le pareti e le volte della navata.



Al termine della navata centrale si trova l’abside, realizzata nel 13esimo secolo, al centro della stessa è situata l’Arca di San Donato, opera in marmo realizzata nella seconda metà del 14esimo secolo.



Numerose sono le opere all’interno della Cattedrale, alcune di grandi artisti del rinascimento italiano, si passa dal bassorilievo raffigurante il Battesimo di Cristo, opera del Donatello fino all’affresco di Piero della Francesca rappresentante la Maria Maddalena.



La Cattedrale ospita al suo interno tre organi, il primo (il più antico) venne realizzato nella prima metà del 16esimo secolo dall’organista Luca di Bernardino da Cortona. All’interno della Cappella della Madonna del Conforto è sito l’organo Tamburini opus 76, costruito nel 1922. L’ultimo organo, che è anche il più moderno, si trova nell’aula e venne realizzato nel 2006.



Fonti Immagini: Luca Aless, Etienne, Geobia, Rabanus Flavus, Tetraktys, Stefano Bolognini da commons.wikimedia.org


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