San Valentino: il Santo dell’amore… o il Santo del coraggio?

di Pubblicato in Approfondimenti, Eventi, News, Ricorrenze Religiose


Il 14 febbraio lo conoscono tutti. Fiori, cioccolatini, cene a lume di candela, frasi d’effetto, cuori ovunque. Eppure, dietro la festa più “commerciale” dell’anno, c’è un personaggio sorprendente: San Valentino. Un santo vero, storico, legato alla Chiesa e alla testimonianza cristiana, che con i baci perugina e le rose rosse c’entra molto meno di quanto immaginiamo. La domanda allora viene spontanea: com’è possibile che un martire cristiano sia diventato il simbolo mondiale degli innamorati? E soprattutto: cosa può dire oggi San Valentino a chi vive l’amore in un tempo complicato, dove tutto sembra veloce, fragile, e spesso “usa e getta”? Partiamo da una curiosità: di San Valentino, in realtà, non esiste un’unica biografia certa. Le fonti antiche sono poche, frammentarie, e nel tempo si sono intrecciate diverse tradizioni. Il più famoso è Valentino da Terni, vescovo, vissuto nel III secolo, morto martire durante le persecuzioni romane. Il punto interessante è proprio questo: San Valentino non è il santo della poesia, ma della fedeltà. Un uomo che non ha difeso un’idea romantica dell’amore, bensì una visione cristiana: l’amore come dono, come responsabilità, come promessa che si regge anche quando costa. E in un’epoca come la nostra, dove spesso l’amore viene confuso con l’emozione del momento, questa è già una provocazione potentissima. Seconda curiosità: l’associazione tra San Valentino e gli innamorati non nasce subito. Arriva molto dopo, soprattutto nel Medioevo, quando la letteratura cortese e la cultura europea iniziano a legare il 14 febbraio all’idea dell’amore e della “stagione dei fidanzamenti”. Insomma: non è stato Valentino a inventare la festa, ma la festa ha adottato Valentino come simbolo. E da lì il passo verso l’immaginario moderno è stato breve. Eppure, anche se la tradizione è cambiata, una cosa resta vera: se oggi San Valentino è ricordato come santo dell’amore, allora vale la pena recuperare l’amore che lui ha davvero testimoniato, quello che il Vangelo racconta e che spesso è molto più esigente di una dedica su Instagram. C’è poi un altro aspetto, decisamente attuale: San Valentino parla anche ai single. Sì, perché nel mondo di oggi il 14 febbraio può essere una festa bellissima, ma anche una giornata difficile per chi si sente solo, per chi ha perso qualcuno, per chi sta attraversando una separazione o un amore finito male. La prospettiva cristiana cambia l’inquadratura: l’amore non è un premio per chi “ce l’ha fatta”, e non si misura solo nella coppia. L’amore è una vocazione più ampia, che include amicizia, famiglia, cura, servizio, perdono, pazienza. E spesso è proprio lì che l’amore si fa più vero. Il cristianesimo, del resto, non celebra l’amore come sentimento, ma come scelta. È l’amore che resiste. Quello che sa dire “resto” quando sarebbe più facile sparire. Quello che costruisce e non consuma. Quello che non pretende la perfezione dell’altro, ma lo accompagna nella crescita. In questo senso, San Valentino può diventare un santo estremamente contemporaneo, perché oggi amare davvero è quasi un atto controcorrente. Viviamo in una cultura che ci spinge a scartare, sostituire, ripartire sempre da capo. San Valentino, invece, ci ricorda che l’amore cristiano non è la favola, ma la fedeltà. Non è l’idealizzazione, ma la verità. Non è l’egoismo travestito da passione, ma il dono di sé. E allora il 14 febbraio può trasformarsi in qualcosa di più: non solo la festa degli innamorati, ma la festa di chi sceglie di amare bene. Chi sceglie di rispettare, ascoltare, custodire, chiedere scusa, ricominciare. Chi sceglie di non usare l’altro per riempire un vuoto, ma di camminare insieme per diventare persone migliori. E forse la cosa più bella è proprio questa: San Valentino, martire cristiano, ci ricorda che l’amore vero non è “facile”. È forte. E la forza, a volte, è la forma più alta della tenerezza.

Autore: Redazione

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