Il 17 febbraio 2026 è il giorno del Carnevale. E come ogni anno, puntuale come un vecchio amico chiassoso, arriva con il suo carico di coriandoli, scherzi, travestimenti, dolci fritti e quella sensazione collettiva che per qualche giorno si possa “staccare” dal peso delle cose. È una festa che sembra leggera, e in effetti lo è. Però non è affatto vuota, e anzi: dietro il Carnevale si nasconde una storia curiosa, quasi geniale, che ha molto a che fare anche con la tradizione cristiana.
Per capirlo basta partire dal nome. “Carnevale” deriva dal latino carnem levare, cioè “togliere la carne”. Tradotto in modo semplice: salutare certi cibi e certe abitudini perché sta arrivando la Quaresima, il tempo del digiuno e del ritorno all’essenziale. E qui arriva la prima cosa interessante: il Carnevale, in origine, non era il contrario della fede. Era il suo “prima”. Un passaggio. Un confine. Un ultimo respiro prima di cambiare ritmo.
Ecco perché, anche oggi, il Carnevale non va letto solo come una festa “pagana” o come un evento di puro divertimento. È piuttosto una specie di specchio: ci mostra quanto l’essere umano abbia bisogno di gioia, di gioco, di comunità, di ridere insieme. E la fede cristiana non ha mai condannato la gioia. Semmai ha sempre provato a darle un senso, a renderla più umana e meno vuota.
C’è poi un altro elemento che rende il Carnevale modernissimo: la maschera. Nel 2026, mentre viviamo immersi in profili social, filtri, immagini curate e vite raccontate come se fossero sempre perfette, il Carnevale fa una cosa stranissima… ci mette davanti alla verità proprio attraverso il travestimento. Perché la maschera, se ci pensi, non serve solo a nascondere: serve anche a rivelare. A volte, quando una persona si traveste, si sente finalmente libera di essere se stessa. Paradossale, ma vero.
E allora ecco una domanda che il Carnevale porta con sé ogni anno, senza prediche e senza moralismi: quante maschere indossiamo già nella vita di tutti i giorni? Quante volte fingiamo di stare bene? Quante volte recitiamo per non essere giudicati? Quante volte ci presentiamo come “forti” mentre dentro siamo stanchi?
La prospettiva cristiana qui entra in punta di piedi e dice una cosa semplice: Dio non ama la nostra maschera. Ama il nostro volto. Ama ciò che siamo davvero. Ed è per questo che, subito dopo il Carnevale, arriva la Quaresima: non come punizione, ma come occasione per tornare veri. Per togliere, invece che aggiungere. Per fare spazio.
Il Carnevale 2026, celebrato il 17 febbraio, può essere letto così: non solo festa e confusione, ma una specie di porta. Da una parte la leggerezza, dall’altra la profondità. Da una parte lo scherzo, dall’altra la domanda: “come sto davvero?”. E se questa domanda è fatta bene, non mette tristezza. Al contrario, libera.
C’è anche un ultimo dettaglio, molto bello, che spesso si dimentica: il Carnevale è una festa popolare. Non nasce per pochi. Non nasce per chi può permettersi grandi cose. Nasce per tutti. E questa è una radice profondamente cristiana, anche se non sembra. Perché il Vangelo è sempre stato così: un annuncio che arriva alle persone, alla vita vera, alle strade, alle piazze, alle case.
Quindi sì, festeggiare il Carnevale ha senso. Ridere ha senso. Fare festa ha senso. Ma forse il senso più profondo è questo: la gioia non è evasione, è energia. E se la usiamo bene, ci prepara anche a vivere meglio i giorni più seri, più interiori, più silenziosi.
Il Carnevale passa in fretta, come sempre. I coriandoli finiscono sotto le scarpe. Le maschere tornano negli scatoloni. Però resta un messaggio molto attuale, quasi controcorrente: si può essere leggeri senza essere superficiali. Si può fare festa senza perdersi. Si può ridere senza svuotarsi. E soprattutto: si può tornare al proprio volto, con più sincerità, proprio dopo aver giocato con le maschere.


