I riti di Taranto, le tradizioni pasquali più amate del Sud

di Pubblicato in Approfondimenti, Eventi, News, Ricorrenze Religiose


A Taranto la Pasqua non si limita a essere celebrata: cambia il respiro della città. Per alcuni giorni, nel 2026 come ogni anno, il tempo sembra dilatarsi, rallentare, farsi più denso. Le strade si svuotano del rumore quotidiano e si riempiono di passi lenti, cadenzati, quasi ipnotici. Non è solo una tradizione, è una delle espressioni religiose più sentite del Sud Italia, capace di coinvolgere credenti, curiosi e visitatori in un’esperienza che non si guarda soltanto, ma si attraversa.

Tutto comincia quando la notte si allunga oltre il suo orario abituale. Tra il Giovedì e il Venerdì Santo, a mezzanotte, la città vecchia si accende di una presenza silenziosa: la processione dell’Addolorata. Non ci sono fretta né scorciatoie, solo un cammino che può durare anche quindici ore. È una notte che non dorme, che accompagna chi resta sveglio a osservare, a seguire, a lasciarsi prendere da un ritmo diverso. I confratelli avanzano con il loro “nazzicamento”, quel dondolio lento che è diventato il segno distintivo di Taranto, un movimento che sembra raccontare fatica, attesa, resistenza. Non è scenografia, è un linguaggio antico che parla ancora.

Il giorno dopo, il Venerdì Santo, la città entra nel suo momento più intenso. Nel pomeriggio partono i Misteri dalla Chiesa del Carmine, ed è come se tutto si fermasse per lasciare spazio a quel corteo. Le statue attraversano le vie mentre le marce funebri riempiono l’aria, e ogni passo sembra avere un peso preciso. Anche qui il tempo si dilata: la processione continua nella notte, senza fretta, come se non volesse arrivare mai a una conclusione. Chi la segue per la prima volta resta colpito proprio da questo: non è un evento da consumare, è un’esperienza che chiede presenza, pazienza, quasi un coinvolgimento interiore.

E poi c’è l’attesa del rientro, il Sabato Santo, quando all’alba o nella prima mattina i Misteri tornano al Carmine. È un momento che raccoglie ancora più persone, come se tutti volessero esserci per chiudere quel lungo cammino. Non c’è esplosione, non c’è fretta di passare oltre: c’è una conclusione che sa di compimento, di qualcosa che si è attraversato insieme.

Ma la Settimana Santa a Taranto non è fatta solo dei grandi cortei. È fatta anche di dettagli che sfuggono a chi guarda da fuori ma che tengono insieme tutto. I Perdoni che, già dal pomeriggio del Giovedì Santo, escono a coppie per visitare i “sepolcri”, creando un pellegrinaggio diffuso tra le chiese. La “gara” della Domenica delle Palme, meno conosciuta ma profondamente radicata, che assegna ruoli e simboli e allo stesso tempo sostiene iniziative di solidarietà. Sono questi elementi che rendono la tradizione viva, non solo conservata ma continuamente partecipata.

Nel 2026, con la Pasqua che cade il 5 aprile, Taranto torna a offrire questo racconto collettivo che unisce fede, identità e memoria. Non è solo un appuntamento da segnare in calendario, è un tempo che cambia il modo di stare nelle cose. Per qualche giorno, la città insegna che si può rallentare, che si può dare spazio al silenzio, che si può condividere un cammino anche senza parole. Ed è forse questo il segno più forte della sua Pasqua: una tradizione che non si limita a essere vista, ma che continua a essere vissuta, anno dopo anno, come qualcosa di necessario.

Autore: Redazione

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