l calendario dice 28 febbraio. Treviglio, invece, dice qualcosa di più: “oggi si torna a casa”. Perché la Madonna delle Lacrime non è una festa che si “fa”, come si fanno tante ricorrenze. È una festa che ti prende, ti rallenta, ti guarda negli occhi. E soprattutto ti costringe a una domanda che nel mondo moderno si evita con cura: può il Cielo piangere?
A Treviglio la risposta, da secoli, non è un ragionamento astratto. È un ricordo vivo, quasi fisico. Una memoria che si è incollata alle pietre, alle voci, alle abitudini di un popolo. E quando arriva questo giorno, il 28 febbraio, non si celebra solo un evento: si riapre una ferita che, in realtà, è anche una cura. Perché le lacrime di Maria, nella fede cristiana, non sono un dettaglio sentimentale. Sono un linguaggio.Le lacrime dicono sempre qualcosa. E Maria, quando parla, non lo fa per spettacolo. Non lo fa per stupire. Non lo fa per attirare curiosità. Maria parla quando è necessario. E se parla con le lacrime, allora significa che la posta in gioco è alta: la vita spirituale dei figli, la loro coscienza, la loro libertà, il loro ritorno.
È qui che la Madonna delle Lacrime diventa tremendamente attuale. Perché oggi non manca la religione “di facciata”: quella dei simboli, delle frasi buone, dei gesti che non disturbano. Oggi manca la fede che brucia, quella che fa cambiare strada, quella che mette in crisi, quella che salva. E le lacrime, proprio per questo, non sono un’aggiunta: sono un richiamo. Un richiamo netto, materno, ma netto.Maria non piange perché è fragile. Piange perché è Madre. E una madre, quando vede un figlio perdersi, non si mette a fare discorsi. Soffre. E quel soffrire non è impotenza: è amore allo stato puro. È amore che non molla. È amore che non si rassegna. È amore che continua a credere che il cuore dell’uomo, anche quando è indurito, può ancora tornare morbido.
E allora il 28 febbraio, a Treviglio, diventa quasi un esame di coscienza collettivo. Non nel senso cupo, ma nel senso vero. Perché la Madonna delle Lacrime mette davanti una realtà che spesso si prova a cancellare: il male esiste. E non è solo “fuori”, nel mondo. Il male passa anche dentro di noi, nelle scelte, nelle parole, nei compromessi, nelle indifferenze. Il cristianesimo non è mai stato una favola ottimista. È una fede luminosa, sì, ma realista. Sa che il peccato ferisce. Sa che la grazia guarisce. Sa che la misericordia non è buonismo, ma potenza.E qui c’è la parte più sorprendente: Maria non piange per condannare. Piange per salvare. Le sue lacrime non sono un tribunale, sono un ponte. Non sono una minaccia, sono un ultimo appello. Come se dicesse: “Non sprecare la tua vita. Non svendere il tuo cuore. Non credere che tutto sia uguale. Non credere che Dio non ti veda.”
E nel mondo di oggi questa è una parola necessaria. Perché siamo pieni di rumore e poveri di silenzio. Pieni di immagini e poveri di verità. Pieni di opinioni e poveri di coscienza. La Madonna delle Lacrime entra in questa confusione senza alzare la voce: basta una lacrima, e tutto si ridimensiona. Perché una lacrima, se è vera, è più forte di cento discorsi.C’è anche un tratto tipicamente cristiano che a Treviglio si respira in modo particolare: Maria non trattiene a sé. Maria conduce. Sempre. Se richiama, lo fa per riportare a Cristo. Se piange, lo fa perché il Vangelo non venga perso. Se scuote, lo fa perché la vita eterna non venga barattata per un po’ di comodo.
E in questo senso, la festa del 28 febbraio è tutt’altro che triste. È seria, sì. Ma non triste. È come quando un medico ti dice la verità: ti fa male, ma ti salva. È come quando una madre ti prende per le spalle e ti dice: “Smettila di rovinarti.” Non è dolcezza di zucchero. È amore che si sporca le mani.Alla fine, la Madonna delle Lacrime lascia un messaggio semplice e terribile insieme: il cuore umano può ancora cambiare. E se può cambiare, allora non è mai finita. Non per chi ha sbagliato. Non per chi si è allontanato. Non per chi si sente vuoto. Non per chi ha perso la fede. Non per chi ha smesso di pregare.
Il 28 febbraio, Treviglio non festeggia una statua. Festeggia una misericordia che insiste. Una Madre che non si stanca. Un Cielo che non è indifferente.E forse la cosa più bella è proprio questa: nel cristianesimo le lacrime non sono l’ultima parola. L’ultima parola è sempre la resurrezione. Le lacrime, semmai, sono il segno che la porta è ancora aperta. Che si può tornare. Che si può ricominciare.
E che, nonostante tutto, qualcuno continua ad amarci sul serio.


