San Giovanni di Dio santo dell’Ordine Ospedaliero

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Il santo di oggi è patrono degli infermieri, dei medici, degli ospedali, dei cardiopatici ,ma anche dei librai e stampatori, in quanto ispiratore dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio, meglio conosciuto come “Fatebenefratelli”.

Joáo Ciudada nasce in Portogallo l’8 marzo 1495 , all’età di 8 anni, non si sa bene per quale motivo, ad insaputa dei genitori viene portato da un chierico nella città di Oropesa dove cresce in casa di un uomo chiamato “il Mayoral” al quale si lega affettivamente e che gli insegna il mestiere del pastore.

A 22 anni, con grande entusiasmo e temerarietà decide di arruolarsi nell’esercito in una compagnia di fanteria, al servizio del conte di Oropesa giunto in Ungheria come incaricato dell’imperatore. Lì inizia a maturare una sensibilità verso i poveri che vedeva vestiti di stracci e maltrattati, mentre persino i cavalli del conte vivevano al riparo, ben curati e nutriti.

Dopo aver compreso le insidie e i pericoli della vita militare, Giovanni di Dio decise di tornarsene in Portogallo, nella speranza di ritrovare i genitori. Lo accolse uno zio che gli raccontò come sua madre fosse morta di dolore dopo la sua scomparsa e il padre avesse preso i voti francescani, finendo i suoi giorni in un monastero a Lisbona. Visse con questo zio finché un giorno decise di servire il Signore con la carità e l’obbedienza, lontano dalla terra dove era nato così come aveva fatto suo padre.

Se ne andò in Andalusia dove trovò lavoro ancora una volta come pastore. In seguito partì per l’Africa e una volta tornato a Gibilterra iniziò a vendere libri come ambulante: un’occupazione che era per lui una missione spirituale in quanto induceva molti a non acquistare libri profani per dedicarsi a letture spirituali.

All’età di 46 anni si stabilì a Granata , del quale è patrono,  aprendo un negozio di libri. In questa città il 20 gennaio 1538 ascoltò un sermone di padre Giovanni d’Avila (oggi Beato) e ne rimase così colpito che uscì dalla cattedrale gridando che Dio gli concedesse misericordia, strappandosi la barba, gettandosi a terra e sbattendo la testa sui muri.

Tornato a casa distrusse i libri profani e iniziò a regalare ai passanti quelli che trattavano la vita dei santi, fino a dare via tutti i vestiti. Dopo poco tempo tornò nella cattedrale con lo stesso slancio e fervore e i concittadini, mossi a compassione, lo portarono dal maestro Avila perché lo prendesse sotto la sua protezione e guida spirituale. Dal colloquio con il padre spirituale Giovanni di Dio uscì rallegrato; desideroso di patire qualcosa per Cristo, iniziò a fare una serie di stranezze che indussero le persone a maltrattarlo e schernirlo, umiliarlo e picchiarlo pensando che fosse impazzito. Malridotto e denutrito fu portato all’Ospedale Reale, un ricovero per malati mentali, dove ricevette un gran numero di frustate che erano le misure utilizzate all’epoca per ammorbidire i violenti (di cui il santo però si rallegrava cercando proprio l’occasione di soffrire nella carne per amore di Gesù) ma dove rimase profondamente colpito dai maltrattamenti che ricevevano i suoi fratelli poveri e malati, la metodologia terapeutica del tempo prevedeva l’isolamento, i maltrattamenti, le catene e le umiliazioni.

Nacque così in lui il forte desiderio di fondare un ospedale dove accogliere e curare con amore i sofferenti e questo progetto si realizzò nel 1539, con il sostegno di alcune persone, quando Giovanni di Dio prese in affitto una casa in cui andò a vivere con i poveri infermi e malati che raccoglieva per strada. Questo primo ospedale era organizzato in maniera sorprendentemente simile a quelli di oggi, lo psichiatra italiano Cesare Lombroso ha definito Giovanni di Dio, “il creatore dell’ospedale moderno”: diviso in reparti secondo le malattie, con un letto singolo e pulito per ciascun malato, pasti regolari e attenzione per l’igiene e la pulizia.

Da subito fu affiancato da diversi volontari ma nondimeno si occupava personalmente e amorevolmente delle cure mediche e dei bisogni di ciascuno. Un’attenzione particolare era dedicata ai suoi cari malati mentali a cui tolse l’etichetta di “indemoniati” e le conseguenti misure coercitive. Questi fratelli, più fragili perché sofferenti psichicamente, erano ancora più bisognosi di affetto, umanità e tenerezza.

Ma Giovanni di Dio fu pioniere anche nella visione olistica della persona che necessitava non solo di cure nel corpo ma anche nell’anima, per cui offriva ai malati un’assistenza spirituale.

Ogni sera usciva per la questua, all’ora di cena, quando le famiglie erano riunite intorno alla tavola, con un grande sacco sulle spalle e due pentole nelle mani, ripetendo a voce alta: <<Chi fa del bene a se stesso? Fate bene per amor di Dio, fratelli miei in Gesù Cristo!>> e quando tornava a casa sfinito, si premurava di visitare uno per uno i malati, confortandoli con parole edificanti, prima di andare a dormire.

Tutto il tempo che gli restava durante la giornata e spesso anche la notte, lo spendeva nella preghiera e nella meditazione.

A dicembre del 1539 il Vescovo di Tuy, Monsignor Sebastian Ramirez Fuenleal, che si trovava a cena con il Santo, gli chiese come si chiamasse ed egli rispose che “Giovanni” era il nome che la gente di Granata gli aveva assegnato appena arrivato quando era bambino, non conoscendo il suo vero nome. Il vescovo allora gli disse che si chiamasse Giovanni di Dio: da quel momento cominciarono tutti a chiamarlo così. Inoltre il vescovo vedendolo vestito di stracci, gli impose benedicendolo un abito, che egli non cambiò più,  formato da tre capi in onore della Trinità: un corpetto e un paio di calzoni grigi, con sopra un cappotto di bigello.

Poiché i malati che accorrevano da lui aumentavano, nel 1547 Giovanni prese in affitto una casa più grande dove diversi infermieri volontari gli vennero in aiuto e dove oltre all’ Ospedale c’erano spazi dedicati agli anziani, l’accoglienza per i pellegrini e mendicanti che non avevano dove dormire, arrivando ad ospitare più di 200 persone.

Cominciò anche a prendersi cura di tutte quelle persone che per imbarazzo e vergogna non chiedevano aiuto: studenti, poveri, ragazze ritirate, religiose e monache povere, donne sposate. Ad esse procurava il necessario per vivere e delle stoffe o lino da filare e stoppa da lavorare per sostentarsi. Spesso accompagnava il loro lavoro con brevi discorsi spirituali che tenessero vivi in loro la fiducia nella Provvidenza e il desiderio di servire il Signore come cammino di santità.

Cercando di portare sulla retta via le prostitute, si recava il venerdì nelle case di tolleranza e inginocchiandosi con un crocifisso, iniziava ad accusarsi dei suoi peccati e una volta catturata la loro attenzione raccontava la passione di Cristo esortandole a cambiare vita dicendo: “Guarda, sorella mia, quanto sei costata a nostro Signore e pensa a ciò che ha sofferto per te. Non volere essere tu stessa la causa della tua perdizione”. Si faceva aiutare dalle signore ricche della città, pagando il debito delle ragazze che si portava via, poi secondo le loro inclinazioni le conduceva in monastero o si procurava una dote e le faceva maritare.

Il 3 luglio 1549 nell’Ospedale Reale di Granata scoppiò un incendio così all’improvviso e tanto violento che devastò la maggior parte dell’ospedale; Giovanni di Dio accorse per soccorrere i poveri che vi erano assistiti e quasi da solo li portò in salvo, sulle spalle, gettando poi dalle finestre tutti i letti e gli oggetti utili, per risparmiarli dalle fiamme.

Poi si adoperò per aiutare a spegnere l’incendio e si verificò un’esplosione. La gente al vedere quella fiamma così alta pensò che fosse morto, invece lo vide passare indenne in mezzo alle fiamme ed uscire illeso in modo prodigioso, per questo episodio, i pompieri di Firenze, Madrid ed altre città lo venerano come speciale patrono.

Vedendo che i poveri erano sempre di più, alcuni nobili di Granata comprarono un ex monastero e lo donarono a Giovanni di Dio che vi si stabilì con loro.

Quell’inverno il fiume si ingrossò a causa delle abbondanti piogge e poiché trascinava molta legna utile per il fuoco, molte persone erano andate a raccoglierla. Tra queste anche Giovanni di Dio che vedendo un ragazzo travolto dalla corrente, si buttò per salvarlo. Purtroppo il giovane affogò e Giovanni, per la malattia e il dolore, si aggravò tanto da non potersi più occupare più dei poveri, se non raggiungendoli spiritualmente attraverso dei bigliettini.

L’8 marzo del 1550, giorno del suo compleanno, si inginocchiò e abbracciando un crocifisso disse: <<Gesù, Gesù, nelle tue mani mi affido>>. Nel 1630 venne proclamato Beato da Papa Urbano VII e nel 1690 fu canonizzato da Papa Alessandro VIII.

Dopo la sua morte il gruppo che lo aveva affiancato rimase unito e andò crescendo in varie altre città della Spagna, finché San Pio V riconobbe ufficialmente come Istituto Religioso la fondazione dell’Ordine degli Ospedalieri di San Giovanni di Dio, il cui STEMMA, la melagrana, è tuttora il simbolo dell’Ordine, quale «fiore che mancava al giardino della Sede di Roma». Secondo le Costituzioni ancora oggi in vigore, lo scopo dell’Ordine è quello di assistere materialmente e spiritualmente gli infermi e i bisognosi poveri, senza alcuna differenza etnica, sociale o religiosa, a imitazione di quanto fatto dal fondatore, oltre a formarsi come medici e chirurghi in apposite scuole annesse agli ospedali.

Dal 1572 le comunità divennero Religiose sotto la Regola di Sant’Agostino ed osservanti dei tre voti di povertàcarità ed obbedienza per poi aggiungere il voto di assistere gli infermi: nascono così i Frati Ospedalieri di San Giovanni di Dio che si diffondono anche in Italia. E’ proprio il nostro paese a dare il soprannome di “Fatebenefratelli”, dal ritornello che i frati ripetevano andando alla questua e che diede vita ad una canzonetta a Roma nel 1584:

“Vanno per Roma con le sporte in collo certi gridando: Fate Ben Fratelli, per medicar gl’infermi poverelli”. 

 

Autore: Vera De Dominicis

Nata ad Ancona, sposata e mamma di tre figli. Laurea di Magistero presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose "Lumen Gentium" di Ancona, insegna Religione Cattolica alle superiori. Catechista, segue il suo percorso di fede nel Cammino Neocatecumenale, assieme al marito.