Dicembre in Vaticano non è mai soltanto l’ultimo mese dell’anno, ma un tempo denso, stratificato, in cui la Chiesa sembra raccogliere il respiro del mondo per accompagnarlo verso il mistero del Natale. Nel 2025 questo tempo assume un’intensità particolare, perché ogni giornata diventa un tassello di un cammino che unisce Avvento, Incarnazione e rendimento di grazie, intrecciando liturgia, incontri, musica, gesti simbolici e parole che parlano alla Chiesa universale. Fin dai primi giorni del mese, il passo è quello dell’attesa vigilante, un’attesa che non è passiva ma operosa, capace di guardare alla storia concreta degli uomini e delle donne di oggi. Le udienze, gli incontri con rappresentanti delle istituzioni, i messaggi rivolti a mondi diversi – dalla cultura alla diplomazia, dalla ricerca scientifica alla custodia del creato – non interrompono il cammino spirituale verso il Natale, ma lo incarnano, mostrando come la fede cristiana non si ritiri dal mondo proprio mentre si prepara a celebrare la nascita di Dio nella storia.
Il tempo dell’Avvento trova uno dei suoi momenti più eloquenti nella solennità dell’Immacolata Concezione, quando il Papa, come ogni anno, si reca a rendere omaggio alla Vergine Maria, affidando a lei la città di Roma e l’umanità intera. È un gesto semplice e solenne insieme, che richiama il senso profondo di questo tempo: affidare, più che programmare; consegnare, più che controllare. Maria diventa così icona dell’attesa credente, di chi sa che il Natale non si costruisce ma si accoglie. Intorno a questo gesto, la vita del Vaticano continua a pulsare, fatta di udienze giubilari, di Angelus domenicali che scandiscono il tempo, di parole che invitano a leggere l’Avvento non come anticamera della festa, ma come scuola di speranza.
Man mano che ci si avvicina al Natale, il ritmo cambia, si fa più intenso e insieme più raccolto. La musica entra in modo particolare in questo cammino, non come semplice cornice, ma come linguaggio capace di dire ciò che spesso le parole non riescono a esprimere. Il Concerto di Natale, diretto da Riccardo Muti, e il conferimento del Premio Ratzinger diventano segni di un dialogo profondo tra fede, bellezza e ragione, ricordando che la nascita di Cristo interpella anche l’intelligenza, la cultura, la capacità dell’uomo di cercare la verità. Accanto a questi momenti, il “Concerto con i Poveri”, vissuto alla presenza del Papa, restituisce al Natale la sua dimensione più evangelica, quella che pone al centro chi è fragile, chi è ai margini, chi rischia di essere dimenticato proprio nei giorni in cui si parla di festa. È un richiamo concreto al fatto che il Bambino di Betlemme nasce povero, e che ogni celebrazione natalizia che dimentica questo dato perde qualcosa di essenziale.
Nei giorni immediatamente precedenti il 25 dicembre, il Vaticano si fa sempre più luogo di convergenza simbolica. Gli incontri con i donatori del presepio e dell’albero di Natale ricordano che anche i segni più visibili della festa sono frutto di una collaborazione, di un dono condiviso, di un gesto che unisce popoli e tradizioni diverse attorno a un unico mistero. Il presepio, in particolare, non è solo un elemento decorativo, ma una vera catechesi visiva che accompagna il cammino dei pellegrini e dei visitatori, invitandoli a fermarsi, a contemplare, a lasciarsi interrogare da quella scena essenziale che continua a parlare al cuore dell’uomo contemporaneo.
Quando arriva la Notte di Natale, il tempo sembra finalmente rallentare. La celebrazione della Santa Messa nella notte, presieduta dal Papa nella Basilica di San Pietro, è il culmine di questo lungo cammino. Non è un evento isolato, ma il punto di arrivo di settimane di attesa, di ascolto, di preparazione interiore. In quella notte, la Parola proclamata, i canti, il silenzio carico di significato raccontano che Dio entra nella storia senza clamore, scegliendo ancora una volta la via della piccolezza. È una liturgia che parla al mondo intero, ma che nasce da un cuore profondamente romano, radicato nella tradizione della Chiesa che vive e celebra in quella Basilica.
Il giorno di Natale si apre con la Messa del giorno e culmina con la Benedizione “Urbi et Orbi”, quando il Papa si affaccia per offrire alla città e al mondo un messaggio di pace, di speranza, di responsabilità condivisa. In quel gesto, antico e sempre nuovo, il Natale si apre definitivamente all’orizzonte universale, ricordando che la nascita di Cristo non è un evento privato, ma una parola rivolta a tutti, credenti e non credenti, uomini e donne di ogni cultura. Roma, ancora una volta, diventa il punto da cui questo annuncio si irradia, non come centro di potere, ma come luogo di servizio.
Il cammino di dicembre non si chiude però con il Natale, ma prosegue fino alla fine dell’anno, quando la Chiesa si raccoglie nuovamente per rendere grazie. I Primi Vespri della solennità di Maria Santissima Madre di Dio e il Te Deum in ringraziamento per l’anno trascorso rappresentano un momento di sintesi spirituale, in cui tutto ciò che è stato vissuto viene consegnato a Dio. È un gesto profondamente cristiano: guardare al passato non per rimpiangere o giudicare, ma per riconoscere una presenza che ha accompagnato ogni passo. Così dicembre 2025 in Vaticano si chiude come è iniziato, sotto lo sguardo di Maria, in un movimento che va dall’attesa alla gratitudine, dalla promessa al compimento, ricordando che il tempo, quando è abitato dalla fede, diventa luogo di salvezza.


