La Preghiera Universale del Venerdì Santo per il popolo ebraico: storia, teologia e trasformazione liturgica

Preghiera del Venerdì Santo per la conversione degli Ebrei (Oremus et pro perfidis Judaeis – versione storica)

Oremus et pro perfidis Judaeis:
ut Deus et Dominus noster auferat velamen de cordibus eorum,
ut et ipsi agnoscant Jesum Christum Dominum nostrum.

Omnipotens sempiterne Deus, qui etiam judaeam perfidiam a tua misericordia non repellis:
exaudi preces nostras, quas pro illius populi caecitate deferimus,
ut agnita veritatis tuae luce, quae Christus est, a suis tenebris eruantur.
Per Dominum nostrum Jesum Christum…
Amen.

La preghiera per gli Ebrei nella liturgia del Venerdì Santo rappresenta uno dei testi più carichi di storia, complessità teologica e dibattito ecumenico dell’intera tradizione cattolica. Nota storicamente con l’incipit Oremus et pro perfidis Judaeis, questa orazione faceva parte della solenne serie di intercessioni universali (le Orationes sollemnes) che chiudono la Liturgia della Parola nella celebrazione della Passione del Signore. La sua origine affonda le radici nei primi secoli del cristianesimo, riflettendo la delicata e spesso dolorosa separazione tra la Chiesa nascente e la Sinagoga, in un contesto storico segnato da reciproche incomprensioni e polemiche teologiche.

Dal punto di vista filologico e semantico, il termine latino perfidis ha subito nel corso dei secoli una notevole evoluzione di significato, diventando fonte di gravi fraintendimenti. Nell’odierno linguaggio comune, l’aggettivo “perfido” indica colui che è sleale o traditore. Tuttavia, nel latino tardo e liturgico, il termine derivava direttamente dal latino classico perfidia, inteso nel suo senso etimologico letterale: “mancanza di fede” o “incredulità” (da per-fides, contrario di fedeltà alla fede cristiana), senza necessariamente sottintendere una malvagità morale o un’accusa di perfidia personale. Ciononostante, nel corso dei secoli medievali e moderni, la percezione popolare e la predicazione hanno spesso caricato l’espressione di sfumature antigiudaiche, alimentando tensioni sociali.

Il contesto teologico dell’orazione si inserisce nel quadro paolino della salvezza universale e del mistero d’Israele, richiamando il capitolo 11 della Lettera ai Romani. La Chiesa pregava affinché Dio togliesse il “velo dai loro cuori” (un chiaro riferimento paolino) e affinché il popolo eletto dell’Antico Testamento potesse riconoscere Cristo come il Messia. La preghiera non invocava condanna, ma conversione e misericordia divina, pur utilizzando categorie di “cecità spirituale” e “tenebre” che riflettevano la polemica apologetica dei primi secoli tra ebrei e cristiani.

Una svolta epocale nella storia di questa preghiera si è verificata nel XX secolo. Nel 1959, all’inizio del suo pontificato, Papa Giovanni XXIII ordinò la rimozione immediata dell’aggettivo perfidis dalla liturgia del Venerdì Santo. Successivamente, il Concilio Vaticano II, con la dichiarazione Nostra aetate (1965), ha ridefinito profondamente le relazioni tra la Chiesa cattolica e l’ebraismo, rigettando ogni forma di antisemitismo e riaffermando il legame spirituale indissolubile che unisce i cristiani alla stirpe di Abramo. Nella riforma liturgica del rito romano voluta da Paolo VI nel 1970, l’orazione è stata radicalmente riscritta per esprimere gratitudine per l’alleanza mai revocata di Dio con Israele e la speranza nella salvezza escatologica di tutto il genere umano, trasformando un testo di controversia storica in una preghiera di riconciliazione e rispetto reciproco.

Padre Bernardo
Padre Bernardo

Frate Minore Francescano, teologo e custode della tradizione liturgica. Dedica la sua vita alla preghiera contemplativa e allo studio delle vite dei Santi. Attraverso le sue riflessioni, guida i fedeli alla riscoperta delle radici più profonde della devozione cattolica e delle grandi suppliche della tradizione ecclesiale, unendo l'umiltà francescana al rigore dottrinale.