
Salmo 138 / 139 (Signore, tu mi scruti e mi conosci)
Signore, tu mi scruti e mi conosci,
tu sai quando seggo e quando mi alzo,<
penetri da lontano i miei pensieri.
Mi scruti quando cammino e quando riposo,
ti sono note tutte le mie vie.
La mia parola non è ancora sulla lingua
ed ecco, Signore, tu la conosci tutta.
Alle spalle e di fronte mi circondi
e poni su di me la tua mano.
Meravigliosa per me la tua conoscenza,<
troppo alta, io non l’assemblo.
Il Salmo 139 (numerato come 138 nella tradizione dei Settanta e della Vulgata) rappresenta uno dei vertici assoluti della poesia lirica e della riflessione teologica dell’Antico Testamento. Attribuito dalla tradizione a re Davide, questo testo appartiene al genere dei salmi di fiducia e sapienziali, ed è profondamente radicato nella liturgia sia ebraica che cristiana, trovando largo impiego nella Liturgia delle Ore.
Dal punto di vista storico e letterario, il salmo si distingue per la sua intensità introspettiva e per la straordinaria forza descritta nell’affrontare attributi divini complessi come l’onnipotenza, l’onniscienza e l’omnipresenza di Dio. Nel contesto teologico, l’autore sacro non descrive questi attributi divini come una minaccia o un controllo persecutorio, bensì come la fonte ultima di sicurezza per l’essere umano. Dio conosce l’uomo nell’intimità del suo grembo materno, accompagnandone ogni passo con una cura amorevole e protettiva.
Curiosamente, la struttura del salmo muove dall’analisi microscopica dell’individuo — i pensieri segreti, le parole non ancora dette — per poi espandersi vertiginosamente nella dimensione cosmica, affermando che neppure negli abissi infernali o ai confini estremi del mare ci si può sottrarre allo Spirito di Dio. Questa preghiera continua a interrogare il lettore contemporaneo, offrendo un antidoto radicale alla solitudine esistenziale e ricordando a ogni credente di essere custodito da uno sguardo che conosce e ama senza riserve.




