
Preghiera a Sant’Antonio di Padova per ritrovare le cose perdute (Si quaeris miracula)
Si quaeris miracula, mors, error, calamitas, daemon, lepra fugiunt, aegri surgunt sani.
Cedunt mare, vincula; membra, resque perditas, petunt et accipiunt juvenes et cani.
Pereunt pericula, cessat et necessitas; narrent hi, qui sentiunt, dicant Paduani.
Cedunt mare, vincula; membra, resque perditas, petunt et accipiunt juvenes et cani.
Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto.
Sicut erat in principio, et nunc et semper, et in saecula saeculorum. Amen.
Ora pro nobis, beate Antoni. Ut digni efficiamur promissionibus Christi.
Il ‘Si quaeris miracula’, conosciuto popolarmente come il ‘Responsorio di Sant’Antonio’, è uno dei componimenti liturgici più antichi e diffusi dedicati al Santo di Padova. L’autore di questo testo è frate Giuliano da Spira, un francescano vissuto nel XIII secolo, che lo compose in occasione della traslazione del corpo del Santo, avvenuta l’8 aprile 1263. La struttura del testo è un inno di lode che elenca i prodigi operati da Dio per intercessione di Antonio, sottolineando come la morte, l’errore e le calamità si dissolvano davanti alla sua invocazione.
Dal punto di vista teologico, la preghiera non è semplicemente una formula magica per ritrovare oggetti smarriti, come spesso la devozione popolare tende a ridurre. Essa è una profonda professione di fede nella potenza di Dio che agisce attraverso i suoi santi. L’espressione ‘resque perditas’ (le cose perdute), che ha dato origine alla tradizione del patronato di Antonio sugli oggetti smarriti, va intesa in un senso più ampio: si riferisce alla salvezza delle anime perdute, alla grazia smarrita e al ritorno alla retta via spirituale, oltre che ai bisogni materiali del fedele.
Una curiosità storica risiede proprio nella sua fortuna devozionale: la ripetizione del verso ‘Cedunt mare, vincula; membra, resque perditas’ sottolinea l’universalità del potere taumaturgico del Santo, capace di piegare le leggi della natura e di liberare l’uomo dalle prigioni sia fisiche che morali. Ancora oggi, cantato solennemente nelle basiliche antoniane, il Responsorio funge da ponte tra la storia agiografica del XIII secolo e le necessità contemporanee, mantenendo intatta la sua carica di speranza e fiducia nel soccorso celeste.




