
Cantico di Ezechia (Dal Libro del Profeta Isaia)
Io dicevo: A metà dei miei giorni me ne vado alle porte degli inferi; sono privato del resto dei miei anni.
Dicevo: Non vedrò più il Signore nella terra dei viventi, non vedrò più alcuno tra gli abitanti del mondo.
La mia dimora è divelta e trasportata lontano da me come una tenda di pastori.
Ho arrotolato, come un tessitore, la mia vita; egli mi recide dall’ordito.
Dal mattino alla sera mi conduci alla fine. Io grido fino al mattino.
Come un leone, così egli stritola tutte le mie ossa; dal mattino alla sera mi conduci alla fine.
Come una rondine, come un passero, io pigolo; gemo come una colomba.
I miei occhi languono a guardare in alto. Signore, io sono oppresso; vieni tu in mio aiuto!
Ma che potrò dire? Egli mi ha parlato e ha fatto tutto lui.
Vorrò percorrere tutti i miei anni con quest’amarezza nel cuore.
Signore, il mio cuore vive di questo, di questo vive lo spirito mio; tu mi guarisci e mi fai vivere.
Ecco, la mia amarezza si muta in bene: tu hai salvato la mia vita dalla fossa della corruzione, perché ti sei gettato dietro le spalle tutti i miei peccati.
Poiché non sono gli inferi a lodarti, né la morte a esaltarti; quanti scendono nella fossa non sperano nella tua verità.
Il vivente, il vivente ti loda, come io faccio oggi.
Il padre farà conoscere ai figli la tua verità.
Il Signore è venuto a salvarmi; per questo canteremo i nostri canti su strumenti a corda, tutti i giorni della nostra vita, nel tempio del Signore.
Il Cantico di Ezechia, inserito nel capitolo 38 del Libro di Isaia, rappresenta uno dei momenti più intensi e profondi della letteratura sapienziale biblica. Esso scaturisce da una narrazione drammatica: il re Ezechia, gravemente malato e vicino alla morte, rivolge una preghiera accorata a Dio. Non si tratta solo di una richiesta di guarigione, ma di un lucido esame di coscienza di un uomo che sente la vita sfuggirgli di mano, descrivendo la precarietà dell’esistenza umana con immagini poetiche di grande potenza, come quella del tessitore che interrompe il suo lavoro.
Teologicamente, questo cantico segna una svolta: la transizione dal lamento angosciato alla lode fiduciosa. Ezechia comprende che la vita non è un possesso, ma un dono che trova il suo compimento nel rapporto con il Creatore. La sua riflessione sulla morte, intesa come impossibilità di lodare Dio, riflette la concezione veterotestamentaria dell’aldilà, dove lo ‘Sheol’ è visto come un luogo di silenzio e lontananza da Dio, sottolineando così l’importanza salvifica della vita terrena come tempo di testimonianza e adorazione.
Nella liturgia cristiana, questo testo ha trovato collocazione nelle Lodi Mattutine del martedì della seconda settimana, all’interno del Salterio (Cantico di Isaia 38, 10-14.17-20). La Chiesa ha riletto il grido di Ezechia attraverso la lente del Mistero Pasquale: la guarigione fisica del re diventa prefigurazione della risurrezione di Cristo, il ‘Vivente’ che, vincendo la morte, rende definitiva la lode di Dio nel tempio della nuova Gerusalemme.




